SB Gilgamesh, Tablet XI 76-96: “Everything I had, I loaded onto it.”

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When the sun rose I set my hand to the anointing;
before the Sun grew big, the boat was completed.
[…] with great labour,
and we kept carrying the wooden ramp front and back
(80) until … its two thirds went.
Everything I had, I loaded onto it,
everything I had, all the silver, I loaded onto it,
everything I had, all the gold, I loaded onto it,
everything I had, the seed of all life, I loaded onto it.
(85) I embarked inside the boat all my family and clan,
the animals of the desert, the beasts of the desert, the craftsmen all I embarked.
A fixed moment the Sun had set:
“Cakes in the morning he will rain down, a shower of wheat in the evening:
go inside the boat and shut your door.”
(90) That fixed moment has arrived:
Cakes in the morning he rains down, a shower of wheat in the evening.*
I have looked at the face of the day:
the day was fearsome when I looked at it.
I went inside the boat and shut my door.
(95) To the one who sealed the boat, the sailor Puzur-Ellil,
I gave the palace with its riches.

* Note that, as opposed to the editor, I do not take this line as being direct speech.

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SB Gilgamesh, Tablet XI 32-75: “He will rain down plenty on you!”

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‘I understood and spoke to Ea, my lord:
“I agree, my lord, to the terms of what you said;
I will observe it strictly, I will do it.
(35) (But) how shall I answer to the city, to the crowd and the elders?”
Ea opened his mouth and said,
he spoke to his servant, to me:
“Then you will tell them thus:
‘Surely Enlil hates me!
(40) I shall not dwell in your city!
In the land of Enlil I cannot set my foot!
I shall go down to the Apsû, with Ea, my lord, I will dwell.
He will rain down plenty on you.
An abundance of birds, a secret [sic] of fish,
(45) and […] harvest-born riches,
and cakes in the morning,
in the evening he will shower you with wheat.’”
At the very first light of dawn
at the door of Atra-ḫasīs the land was gathering:
(50) the carpenter was bearing his axe,
the reed-craftsman was bearing his stone,
[… was bearing?] his agasilikku axe;
the young men…
the old men were carrying ropes of palm-fibre;
(55) the wealthy was carrying pitch,
the poor … he brought supplies.
On the fifth day I set its outward appearance:
one ikû was its perimeter, its sides rose for ten rods,
ten rods were the edges of its roof, all equal to each other.
(60) I set its shape, I designed it:
I put six storeys on it,
I divided it in seven parts,
its interior I divided into nine.
Then I drove the water pegs into its middle;
(65) I found a punting pole and I prepared the supplies.
Three times 3,600 (containers of) pitch I poured into the oven,
three times 3,600 (containers of) asphalt […] in the center,
three times 3,600 (containers of) oil that the porters had carried;
I set aside 3,600 (containers of) oil that libation had detained;
(70) (there remained) two times 3,600 (containers of) oil that the sailor put away.
For the workers I had oxen slaughtered,
I killed sheep daily,
and beer, ale, oil and wine
to the crowd I gave to drink, like the water of the river.
(75) They were feasting like on the day of the akītu.

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SB Gilgamesh, Tablet XI.1-31: “Destroy the house, build a boat!”

Gilgāmeš spoke to him, to Ūta-napišti the distant:
‘I look at you, Ūta-napišti,
and your limbs are not different, you are like me,
and you are not different, you are like me.
(5) My heart was set on making battle with you,
[but now] my arm is idle in your presence.
How did you stand in the assembly of the gods and found life?’
Ūta-napišti spoke to him, to Gilgāmeš:
‘I shall reveal to you, Gilgāmeš, the word of the secret,
(10) and the secrets of the gods I shall tell you.
The city of Šuruppak – you know it,
the city that lies on the bank of Euphrates:
that city is old, and the gods were in it;
their heart, the heart of the great gods, brought them to cause the Deluge.
(15) Their father, Anu, swore an oath,
and their councillor, Ellil, the hero,
their throne-bearer, Ninurta,
their irrigation controller, Ennugi.
Ea Ninšīku was sworn along with them,
(20) but their words he reported to the reed-fence:
“Reed-fence, reed-fence, wall, wall!
Reed-fence, listen, and you, wall, remember!
Man of Šuruppak, son of Ubār-Tutu,
destroy the house, build a boat,
(25) let go of your riches and seek out life,
spurn your riches and save life!
Embark the seed of all life inside the boat.
The boat that you will build,
let its dimensions be balanced,
(30) let its width and length correspond to each other,
like the Apsû roof it over.”

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Europa e il Toro – Pseudo-Apollodoro

about 100 BC, from Gortyna's amphitheatre, British Museum

Europa and the Bull, from Gortyna’s amphitheatre, about 100BC, British Museum.

 

Ora che, passando in rassegna la stirpe di Inaco, abbiamo esposto i suoi discendenti da Belo fino agli Eraclidi, continuiamo parlando anche di Agenore. Come abbiamo detto, infatti, Libia generò da Posidone due figli, Belo e Agenore. Belo, che regnò sugli Egizi, generò i figli di cui abbiamo già parlato; Agenore, invece, recatosi in Fenicia, sposa Telefassa e genera una figlia, Europa, e tre figli, Cadmo, Fenice e Cìlice. Alcuni, però, dicono che Europa non era figlia di Agenore, ma di Fenice. Di lei si innamorò Zeus, il quale, trasformatosi in un toro mansueto che odorava di rose, la fece montare su di sé e la portò attraverso il mare fino a Creta. Là si congiunse a lei, che generò Minosse, Sarpedone e Radamanto; secondo Omero, però, Sarpedone era figlio di Zeus e di Laodamia, figlia di Bellerofonte. Quando Europa scomparve, suo padre Agenore inviò i figli a cercarla, dicendo loro di non ritornare prima di aver ritrovato Europa. Partì alla ricerca della fanciulla anche Telefassa, la madre, e Taso, figlio di Posidone, o, come dice Ferecide, di Cìlice. Poiché, pur facendo ricerche in lungo e in largo, non riuscivano a trovare Europa, rinunciando a ritornare a casa si stabilirono chi in un luogo chi in un altro: Fenice in Fenicia; Cìlice vicino alla Fenicia, e tutto il territorio a lui soggetto nei pressi del fiume Piramo, lo chiamò Cilicia; Cadmo e Telefassa si stabilirono in Tracia. Ugualmente anche Taso si stabilì in Tracia, fondandovi la città di Taso.

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Canto di lode – Septuaginta

 

Ogni essere che respira, lodi il Signore.

Cantate per lui un canto nuovo, suonate per lui con arte in un grido di gioia.

E ogni essere che è fatto di carne, benedica il suo nome santo.

Benedici, anima mia, il Signore, e tutto ciò che è dentro di me, benedica il suo nome santo;
benedici, anima mia, il Signore e non dimenticarti tutto ciò che egli ti ha dato in cambio.

Lo dicano coloro che sono stati riscattati dal Signore.
E levarono un grido al Signore mentre erano oppressi, e li liberò dalle loro costrizioni.
E li tirò fuori dalle tenebre e dall’ombra della morte e spezzò le loro catene.

Ti ho rivelato la mia vita, hai raccolto le mie lacrime davanti a te per prenderne nota.

In lunga attesa ho atteso il Signore, ed egli ha rivolto lo sguardo su di me e ha ascoltato la mia supplica.
Beato colui la cui speranza è il nome del Signore.

Mi hanno circondato i travagli della morte, i pericoli dell’inferno mi hanno trovato: ho trovato oppressione e dolore.

Perciò egli dice: «Svegliati, tu che stai dormendo, e risorgi dai morti, e Cristo risplenderà davanti a te».

Giunge a me un grido da Seir: «State di guardia agli spalti». 12 Sto di guardia aspettando il mattino e poi la notte: se cerchi qualcosa, cercala pure e soggiorna da me.

La notte è passata, il giorno è arrivato. Deponiamo dunque le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

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La cura dei cani – Virgilio

Né i cani siano l’ultima tua cura,
ma insieme nutri i cuccioli di Sparta
veloci e nutri il fervido Molosso
di pingue siero. Con tali custodi
mai temerai notturno nelle stalle
il ladro né gli insidiosi lupi
o alle spalle gli Ibèri non domati.
Spesso anche in corsa inseguirai gli onàgri
impauriti, e il daino con i cani,
e con i cani caccerai le lepri;
spesso stanati dal brago nel bosco
con quel latrato turberai i cinghiali
pressante, e con quel grido giù dai monti
spingerai nelle reti un grande cervo.

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Laudatio funebris – Menandro Retore

 

Stele di Aristion, da Velanideza (Attica). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Stele di Aristion, da Velanideza (Attica). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

 

Ad Atene è detto ἐπιτάφιος, «funebre», il discorso pronunciato ogni anno per i caduti nelle guerre. Ha preso questa denominazione da nient’altro che dall’essere pronunciato ἐπ’ αὐτῷ τῷ σήματι, «sulla tomba stessa»; i tre discorsi di Aristide ne sono un esempio: il sofista, infatti, li compose tali quali li avrebbe pronunciati il polemarco (poiché a costui appunto è stato affidato questo onore ad Atene). Ma poiché è trascorso molto tempo, è diventato prevalentemente un elogio: chi, infatti, compiangerebbe ancora davanti agli Ateniesi i caduti di cinquecento anni prima? Tucidide, scrivendo un discorso funebre per i soldati che caddero sui Rheitoi all’inizio della guerra del Peloponneso, non pronunciò semplicemente solo un elogio di quegli uomini, ma indicò anche che potevano morire; eppure evitò il topos del lamento a causa della necessità della guerra, poiché non era compito di chi parlava <far> piangere coloro che esortava a combattere; mise però il topos della consolazione. Così anche Aristide, se mai pronunciasse questi discorsi per i soldati caduti di recente, userebbe le sezioni del discorso funebre, tutte quelle che sono a esso proprie; ora però il molto tempo trascorso non dà più spazio né a lamenti né a consolazioni: col tempo, infatti, ci si è dimenticati del dolore, e non abbiamo chi consolare, poiché né i loro padri né la loro famiglia è nota. E se anche fosse nota, sarebbe completamente fuori luogo e inoltre inopportuno dopo molto tempo volerli destare al lamento quando il dolore è stato ormai sopito dal tempo. Dunque il discorso funebre pronunciato dopo molto tempo è un puro elogio, come l’Evagora di Isocrate. Se però non è pronunciato dopo moltissimo, ma trascorsi circa sette od otto mesi, bisogna sì pronunciare un elogio, ma verso la fine nulla proibirà di usare la sezione della consolazione, tranne se non sia un parente strettissimo del morto proprio colui che parla. A costui, infatti, nemmeno dopo un anno il ricordo concede sollievo dal dolore: perciò costui serberà anche dopo un anno il carattere del discorso commovente.
Il discorso funebre, commovente, pronunciato per il morto recente, sarà diviso secondo le sezioni dell’elogio, mentre l’espressione del dolore sarà combinata dovunque a ciascuna delle sezioni una dopo l’altra con il trattamento seguente: “Oh come potrò condividere il dolore con la famiglia? Oh da dove trarrò l’impulso per il mio lamento? Dalla famiglia in primo luogo, se me lo permettete, poiché questa appunto è il fondamento di tutte le cose”. Dunque dirai: “Questa famiglia è illustre, e di gran lunga rinomatissima tra quelle nella città, e questo caduto era come una torcia accesa nella sua famiglia, prima che il demone lo spegnesse”. Bisogna, infatti, che le varie sezioni non siano prive di lamenti, ma sia che tu stia parlando della famiglia sia che tu stia svolgendo una qualche altra sezione, devi compiangere il caduto all’inizio di questa sezione, a metà sezione e alla fine. Poi dopo la famiglia parlerai della sua nascita: “Oh vani segnali, vani sogni che comparvero su di lui quando fu generato! Oh sventurata colei che lo partorì, oh doglie ancora più sventurate! †In quelle doglie†, infatti, la madre vide dei segnali: la donna profetizzò †…† cose bellissime, ciascuno dei familiari e degli amici era speranzoso, sacrificavano agli dèi natalizi, gli altari fluivano del sangue delle vittime, l’intera casa teneva una festa; il demone però, così pare, si prese giocò di questi eventi. Il bambino fu affidato alle allevatrici: quelle, allevandolo, ponevano in lui le migliori speranze. Ma ohimè sorte malvagia, ché ora lui ci è stato strappato via!”. In modo simile procederai anche con le restanti sezioni dell’elogio, aumentando però anche il lamento. Naturalmente bisogna che l’esposizione dei lamenti sia distesa, affinché risalti la magnificenza delle persone, e tu rivolga l’uditore di nuovo al lamento. Gli elogi costituiranno la tua materia per i lamenti. Costruirai il tuo elogio su tutti i topoi elogiativi: famiglia, nascita, natura, crescita, educazione, costumi. Dividerai la natura in due: la bellezza del corpo, di cui parlerai per prima, e la nobiltà dell’anima. Confermerai questa sezione mediante le tre sezioni seguenti, cioè mediante la crescita, l’educazione e i costumi: elaborando, infatti, il suo elogio mediante ciascuna di queste sezioni, dirai, per quanto riguarda la crescita, “Rivelò la nobiltà della sua anima con queste e quest’altre azioni, subito mentre veniva allevato, nonché la sua acutezza” — mettendo questa per seconda, e la nobiltà <per prima> —, poi dirai, per quanto riguarda l’educazione, “Mostrava anche in questo di superare i suoi coetanei”. Mediante i costumi poi confermerai la sezione della natura dicendo “Si presentava giusto, umano, socievole, mite”. La più importante sezione di quelle di un elogio sono le azioni, che metterai dopo i costumi; non ti asterrai dall’inserire un lamento anche in ciascuna azione. Dopo le azioni metterai anche il topos della sorte, dicendo “Lo accompagnò anche una certa sorte favorevole, mentre era in vita, in tutti i campi, ricchezza, felicità di figli, amore di amici intorno a lui, onore presso potenti, onore presso città”. Poi dopo queste cose metterai i confronti con l’intero soggetto, come una sezione propria, non astenendoti, nemmeno per una singola sezione, dal confronto <che> bisogna condurre con quella sezione di cui stai parlando. E a questo punto condurrai apertamente il confronto con l’intero soggetto: per esempio, scorrendo daccapo le sezioni, dirai “Se pertanto esaminiamo tutte queste cose insieme con riguardo a qualcuno dei semidèi o dei valorosi di adesso, costui non fu secondo a nessuno, e anzi possedette queste cose †a un grado più alto†” (bisogna, infatti, dimostrare che egli fu più onesto di una qualche persona onesta o emulo di una qualche persona rinomata, per esempio paragonando la sua vita o alla vita di Eracle o a quella di Teseo). Dopo queste cose metterai di nuovo il lamento come sezione separata, dicendo “Lo compiango per questi e quest’altri motivi”, dandone un’elaborazione particolare, libera ormai da elogi, muovendo pietà, turbando gli uditori fino alle lacrime. Dopo questa sezione metterai un’altra sezione, quella consolatoria, rivolta a tutta quanta la famiglia, dicendo “Non bisogna compiangerlo: egli, infatti, vive in comunione con gli dèi”, oppure “Abita i Campi Elisii”. Separatamente poi distribuirai di nuovo i pensieri delle varie sezioni nel modo seguente: un appello separato ai figli, poi un appello separato alla moglie, dapprima esaltando la persona della moglie, per non sembrare di star conversando con una persona cattiva e di poco conto (quando si tratta degli uomini, infatti, non porta biasimo il discorso pronunciato senza una qualche preparazione preliminare, ma quando si tratta di una donna, dovrai necessariamente conquistare preliminarmente l’uditore esaltando la virtù della donna). Qualora i figli siano di un’età molto giovane, metterai piuttosto il topos del consiglio, non della consolazione, poiché non avvertono il dolore; o piuttosto farai in modo da aggiungere al topos della consolazione un qualche consiglio e suggerimento alla moglie e ai figli, se in quel momento sono troppo giovani, consigliando che lei dovrebbe cercare di emulare le migliori donne antiche e le eroine, e che i figli dovrebbero cercare di emulare le virtù del padre. Poi loderai la famiglia, dicendo “Non hanno trascurato il funerale né la preparazione del monumento funebre”. Poi metterai una preghiera verso la fine del discorso, pregando che essi abbiano dagli dèi le più belle fortune.

 

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San Francesco a San Damiano – Tommaso da Celano

 

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Capitolo VIII – in cui si tratta di come costruì la chiesa di San Damiano e della vita comunitaria delle Dame che vivono in quello stesso luogo

18.
1 Questa dunque è la prima opera che il beato Francesco intraprende, una volta ottenuta la liberazione dalla mano del suo padre carnale: costruisce una casa a Dio, e tuttavia non si mette a farla dal nulla, ma ne ripara una vecchia, ne aggiusta una antica; 2 non rimuove le fondamenta, ma edifica sopra di esse, riservandone l’iniziativa, seppur inconsapevolmente, sempre a Cristo: nessuno infatti può porre altre fondamenta, al di fuori di ciò che è stato posto, che è Cristo Gesù (1Cor 3,11). 3 E dopo essere tornato nel luogo in cui, come è stato detto, era stata anticamente costruita la chiesa di San Damiano, con la grazia dell’Altissimo che lo accompagnava, in breve tempo la riparò con fin troppa diligenza. 4 Questo è il luogo beato e santo in cui, trascorso già un periodo di circa sei anni dalla conversione del beato Francesco, prese felice avvio, per opera dello stesso beato, la gloriosa istituzione e l’eccellentissimo ordine religioso delle povere Dame e sante vergini; 5 in questo ordine una donna di nome Chiara, originaria della città di Assisi, lei che era la pietra più preziosa e più forte, stette a fondamento di tutte le altre pietre poste sopra. 6 Infatti, quando, dopo l’istituzione dell’ordine dei Frati, questa donna, seguendo gli ammonimenti del santo, si era ormai rivolta a Dio, contribuì al progresso spirituale di molti e fu di esempio a innumerevoli persone. 7 Nobile di famiglia ma più nobile di grazia; vergine nella carne, castissima nello spirito; giovinetta di età ma matura di animo; 8 costante nel suo proposito e ardentissima di desiderio nell’amore di Dio; provvista di saggezza e primeggiante in umiltà: Chiara nel nome, più chiara nella vita, chiarissima nei costumi.

19.
1 Sempre sopra questa donna sorse una nobile struttura di preziosissime perle, la cui lode non viene dagli uomini, ma da Dio stesso (cfr. Rom 2,29), poiché un pensiero angusto non è sufficiente a concepirla, e un linguaggio scarso non è sufficiente a esprimerla. 2 Straordinaria, infatti, sopra ogni altra cosa, tra di loro vige una virtù di mutua e continua carità, che congiunge in uno le loro volontà a tal punto che, quand’anche soggiornino in quaranta o cinquanta contemporaneamente in qualche luogo, il fatto di volere e non volere la stessa cosa crea in diverse persone un unico spirito. 3 In secondo luogo, in ognuna di esse rosseggia la gemma dell’umiltà, la quale conserva i doni raccolti e i beni avuti dal cielo in modo tale che esse siano meritevoli di possedere tutte le altre virtù. 4 In terzo luogo, il giglio della verginità e della castità asperge tutte quante con il suo odore meraviglioso a tal punto che, dimentiche dei pensieri terreni, desiderano meditare le sole cose celesti, e dal suo profumo si origina nei loro cuori un amore dello Sposo eterno tanto grande che l’integrità di questo sacro affetto le allontana da ogni relazione della vita precedente. 5 In quarto luogo, sono tutte contrassegnate dal titolo della più sublime povertà a tal punto che acconsentono a stento, o addirittura non acconsentono mai, a soddisfare una necessità estrema di vitto e vestiti.

20.
1 In quinto luogo, per di più, hanno raggiunto una grazia singolare di astinenza e reticenza a tal punto che non soffrono per nulla lo sforzo di trattenere un moto carnale e di frenare la lingua; e del resto, alcune di loro sono così disabituate alle conversazioni che quando la necessità esige che esse parlino, a stento si ricordano come formulare le parole, a seconda dell’occasione. 2 In sesto luogo, invero, in tutte queste caratteristiche sono tanto meravigliosamente adorne della virtù della pazienza che nessuna avversità tormentosa o ingiuria molesta spezza il loro animo o lo cambia. 3 In settimo luogo, infine, si sono meritate l’apice della contemplazione a tal punto che in essa apprendono tutto ciò che devono fare o evitare, e riescono con successo a uscire dalla propria mente a vantaggio di Dio (cfr. Cor 5,13), perseverando notte e giorno nelle lodi di Dio e nelle preghiere. 4 L’eterno Dio si degni, con la sua santa grazia, di concludere un inizio tanto santo con una fine ancora più santa. 5 E per il momento, sulle vergini consacrate a Dio, devotissime ancelle di Cristo, bastino queste parole, dal momento che la loro vita mirabile e la costituzione gloriosa che ricevettero dal signor papa Gregorio, a quel tempo vescovo di Ostia, richiederebbe un’opera e uno studio a parte.

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Elogio di Augusto – Eutropio

[8] Così, portate a termine le guerre combattute in tutto il mondo, Ottaviano Augusto tornò a Roma, nel dodicesimo anno da che era stato console. Da quel momento per quarantaquattro anni resse lo Stato da solo. Nei dodici anni precedenti, infatti, lo aveva tenuto con Antonio e Lepido. Così, dall’inizio del suo principato fino alla fine ci furono cinquantasei anni. Morì poi a settantacinque anni, di morte comune, in una città della Campania di nome Atella. Fu sepolto a Roma nel Campo Marzio, come un uomo che non a torto fu considerato in massima parte simile a un dio. E infatti difficilmente qualcuno è stato o più fortunato di lui nelle guerre che combatté o più equilibrato di lui nella pace che stabilì. Nei quarantaquattro anni in cui gestì il comando da solo, visse con la massima civiltà, generosissimo verso tutti, fedelissimo verso gli amici, che elevò con tanto grandi onori da uguagliarli quasi alla sua altezza. [9] In nessun tempo prima di lui la potenza romana fu più fiorente. Infatti, escluse le guerre civili, in cui fu comunque imbattuto, aggiunse al dominio romano l’Egitto, la Cantabria, la Dalmazia, spesso battuta già prima, ma solo allora sottomessa completamente, la Pannonia, l’Aquitania, l’Illirico, la Rezia, i Vindelici e i Salassi tra i popoli alpini, tutte le comunità marittime del Ponto, tra queste quelle celeberrime del Bosforo e di Panticapeo. Vinse inoltre i Daci in molte battaglie. Distrusse numerose bande armate dei Germani; e anche questi, li respinse oltre il fiume Elba, che nel territorio dei barbari è molto più in là del Reno. Quest’ultima guerra, tuttavia, la condusse per il tramite di Druso, suo figliastro, così come per il tramite di Tiberio, l’altro figliastro, condusse la guerra Pannonica, in occasione della quale fece spostare quarantamila prigionieri dalla Germania e li collocò al di là della riva del Reno, in Gallia. Ricevette l’Armenia dalle mani dei Parti. I Persiani gli mandarono ostaggi, visto che non ne era mai stato mandato alcuno prima. Restituirono anche le insegne romane, che avevano sottratto a Crasso dopo averlo battuto. [10] Gli Sciti e gli Indi, ai quali prima il nome dei Romani era sconosciuto, inviarono a lui doni e ambasciatori. Sotto di lui pure la Galazia divenne una provincia, mentre prima era stata governata da un re, e il primo che la amministrò come propretore fu Marco Lollio. Anche presso i barbari poi fu amato a tal punto, che i re amici del popolo romano in suo onore fondavano città che chiamavano Cesarea, come quella in Mauritania fondata dal re Giuba, e quella in Palestina, che ora è una città famosissima. Molti re poi vennero dai loro regni a sottometterglisi, e vestiti al modo romano, cioè con la toga, accorrevano addirittura verso il suo carro o il suo cavallo. Al momento della sua morte fu chiamato Divo. Lasciò lo Stato, in perfetta prosperità, a Tiberio, suo successore, che era stato suo figliastro, poi suo genero, infine suo figlio per adozione.

 

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Cleopatra decide di morire – Cassio Dione

John William Waterhouse, Cleopatra, 1888, olio su tela (56.9 x 65.3 cm), Private Collection

John William Waterhouse, Cleopatra, 1888, olio su tela (56.9 x 65.3 cm), Private Collection

 
 
Jean-Baptiste Regnault, Der Tod der Kleopatra, 1796/1799, olio su tela (64 × 80 cm), Museum Kunstpalast

Jean-Baptiste Regnault, Der Tod der Kleopatra, 1796/1799, olio su tela (64 × 80 cm), Museum Kunstpalast

 

 

 

 

 

 

 

 

[13] Ed ella con un tale discorso cercava di suscitare la sua pietà, ma Cesare non le diede alcuna risposta, e temendo che si uccidesse, la esortò di nuovo a farsi coraggio, e non smise di prendersi cura di lei, e la trattava con premura, affinché gli rendesse la vittoria ancora più splendida. Cleopatra, avendo dunque sospettato quest’ intenzione, e ritenendola più penosa di mille morti, desiderò realmente morire, e pregò molto Cesare di ucciderla in qualunque modo, e lei stessa escogitò numerosi espedienti. Poiché non riusciva a portarne a compimento nessuno, finse di cambiare idea, come se riponesse molta speranza sia in quello [scil. Cesare], sia in Livia, e continuava a dire di voler navigare, e preparò alcuni ornamenti preziosi per donarli a loro, se, ottenendo in qualche modo da questi doni la loro fiducia sul fatto che non aveva intenzione di uccidersi, potesse essere meno sorvegliata e potesse suicidarsi. E fu proprio così che accadde. Giacché infatti gli altri ed Epafrodito, a cui era stata affidata, credendo che i suoi propositi fossero sinceri, la controllavano meno scrupolosamente, lei si preparava a morire nel modo meno doloroso possibile. Dopo aver consegnato un documento sigillato a Epafrodito stesso, con il quale chiedeva a Cesare di ordinare di essere sepolta insieme ad Antonio, affinché, con il pretesto del trasporto di questo, come se contenesse un messaggio diverso, lo tenesse lontano, realizzò il piano. Infatti, dopo che si fu vestita del suo più bell’ abito, dopo che si fu acconciata nel modo più elegante possibile, dopo che ebbe indossato ogni ornamento regale, morì.
[14] E nessuno sa con certezza il modo in cui morì; si trovarono infatti solo delle punture leggere sul suo braccio. Alcuni dicono che vi abbia posto un aspide che era stato portato in un’ idria o anche nascosto in un mazzo di fiori; altri una spilla, con la quale fermava i capelli, intrisa di un veleno che aveva una potenza tale da non far soffrire il corpo in altre condizioni, ma qualora raggiunga il sangue, anche solo una goccia, lo distruggerebbe nel modo più veloce e meno doloroso possibile, e secondo la sua abitudine portava questa spilla in testa e pungendosi prima, e trafiggendosi poi un braccio, la faceva penetrare fino al sangue. In questo o in un modo molto simile morì insieme con due schiave; l’ eunuco infatti, appena quella fu presa, si consegnò volontariamente ai serpenti e dopo essere stata morso da quelli, fu lanciato in un’ urna sepolcrale preparata per lui. Quando Cesare venne a sapere della sua morte, si sbalordì, e non rimase a vedere solo il suo corpo, ma si servì di alcuni rimedi e degli Psilli, se mai riuscisse a riportarla in vita. Questi Psilli sono uomini (non nasce infatti nessuna Psilla nella popolazione degli Psilli) e sono in grado di succhiare via ogni veleno di ogni rettile, prima che chi sia avvelenato muoia, e questi stessi uomini, anche se morsi, non ricevono alcun danno da nessuno di questi animali. E nascono gli uni dagli altri, e provano i loro figli sia ponendoli in qualche luogo con i serpenti, oppure gettando le loro fasce su alcuni serpenti; né infatti possono fare alcun male al bambino, e intorpidiscono sotto i loro vestiti. Essendo tale la realtà dei fatti, Cesare, non potendo in alcun modo resuscitare Cleopatra, provò ammirazione e pietà per lei, e lui stesso soffrì molto, come se fosse stato privato di tutta la gloria acquistata in guerra. Continua a leggere