Le cause della guerra civile – Floro

Sottomesso ormai quasi tutto il mondo, il potere di Roma era troppo grande perché potesse essere sopraffatto da alcuna forza esterna. Perciò la Fortuna, guardando di malocchio il popolo sovrano delle genti, mise in mano a lui stesso le armi per la sua propria distruzione. E senza dubbio la furia di Mario e di Cinna già era stata un preludio interno alla città, come se la stesse mettendo alla prova. La tempesta sillana tuonò per uno spazio più ampio, tuttavia ancora all’interno dell’Italia. La follia di Cesare e di Pompeo travolse quasi come in un diluvio e in un incendio la città, l’Italia, le genti, le popolazioni, in breve tutto il dominio di Roma per tutta la sua estensione, a tal punto che non sarebbe giusto chiamare questa guerra “civile”, e neanche “sociale”, ma neppure “esterna”, quanto piuttosto un qualcosa in comune tra tutte queste cose e più di una guerra. […]
La causa di una tanto grande sciagura fu la stessa di tutte le sciagure, un’eccessiva prosperità. Giacché, sotto il consolato di Quinto Metello e di Lucio Afranio, quando la potenza romana si estendeva su tutto il mondo e nei teatri di Pompeo Roma celebrava le recenti vittorie, i trionfi sul Ponto e sull’Armenia, l’eccessivo potere di Pompeo, come succede di solito, suscitò invidia nei cittadini inoperosi. Metello, a causa dello sminuito trionfo su Creta, e Catone, sempre ostile ai potenti, screditavano Pompeo e rumoreggiavano contro le sue azioni. Da qui in poi il risentimento sviò gli animi e spinse ad allestire difese per il proprio prestigio. In quel momento Crasso si trovava a eccellere per stirpe, ricchezze e prestigio, tanto che voleva tuttavia risorse ancora più ingenti; Gaio Cesare era nobilitato dalla sua eloquenza e dal suo spirito, quand’ecco ormai anche dal consolato; Pompeo, tuttavia, sovrastava entrambi. Così, dunque, poiché Cesare desiderava guadagnare prestigio, Crasso aumentarlo, Pompeo mantenerlo, e tutti erano parimenti desiderosi di potere, stipularono facilmente un patto per impossessarsi dello Stato. Quindi, mentre si appoggiavano l’uno sulle forze dell’altro, ognuno per il suo proprio tornaconto, Cesare assale la Gallia, Crasso l’Asia, Pompeo la Spagna: tre grandissimi eserciti, e per mezzo di questi il dominio del mondo è in mano a un’alleanza di tre capi. Per dieci anni si protrasse questo accordo di potere, poiché erano trattenuti dalla reciproca paura. Alla morte di Crasso presso i Parti e alla morte di Giulia, figlia di Cesare, la quale, andata sposa a Pompeo, manteneva la concordia tra il genero e il suocero con il vincolo matrimoniale, subito la rivalità esplose. Ormai Pompeo guardava con sospetto le risorse di Cesare e per Cesare era un peso il prestigio di Pompeo. Né il primo tollerava uno pari a lui, né il secondo uno superiore a lui. Che scelleratezza! Così si logoravano per il primato, come se la Fortuna di un tanto grande dominio non li potesse contenere entrambi.

 

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Euripide, Elena, terzo stasimo

O veloce remo
fenicio di Sidone, ciurma cara
ai frangenti di Nereo,
guida delle belle danze
dei delfini, quando il mare
è privo di soffi di venti,
e l’azzurra figlia di Ponto,
Galanea, dice queste parole:
«Ripiegate le vele, lasciando
stare i soffi marini,
e prendete le pale abetine,
o marinai, marinai,
che scortate Elena
alle rive ricche di porti della dimora di Perseo.

Forse lungo il flutto del fiume
o davanti al tempio di Pallade troverà
le fanciulle figlie di Leucippo,
unendosi finalmente alle danze
o alle feste di Giacinto
in notturna allegria,
che gareggiando
nel disco dal cerchio rotondo
Febo uccise (alla terra
spartana la progenie di Zeus
disse di onorare quel giorno con sacrifici di buoi);
e la fanciulla che †lasciò in casa†
<…>
per le cui nozze non hanno ancora brillato le torce di pino.

Magari potessimo volare
attraverso l’etere fino in Libia, dove
gli uccelli a stormo,
lasciata la pioggia invernale,
ritornano obbedendo
al fischio del più vecchio,
il pastore, che grida
volando sopra le pianure secche
e fruttifere della terra.
O volatili dal collo lungo,
compagni di corsa delle nuvole,
andate sotto le Pleiadi a metà del loro tragitto
e sotto Orione notturno,
annunciate la notizia,
posandovi sull’Eurota,
che Menelao, presa
la città di Dardano, sta per tornare a casa.

Venite con i vostri cavalli
slanciandovi attraverso l’etere,
figli di Tindaro,
voi che abitate in cielo
sotto le bufere di astri splendenti,
gemelli salvatori di Elena,
sull’azzurro flutto marino
e i bianchi frangenti cerulei
delle onde del mare,
mandando ai marinai soffi
propizi di vento, dono di Zeus,
e togliete a vostra sorella
l’infamia di barbari letti,
che si guadagnò come punizione
per la contesa sull’Ida, lei che
non andò nella terra di Ilio,
alle torri di Febo.

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Lo scettro – Carmina Priapea

 

Omero, Iliade I 233-244 [parla Achille ad Agamennone]

Ma io ti parlerò chiaro e farò inoltre un grande giuramento:
per questo scettro, che mai più produrrà foglie
e rami, una volta che ha lasciato il suo tronco sui monti,
né rifiorirà (tutto intorno, infatti, il bronzo lo ha scorzato
di foglie e di corteccia, e ora i figli degli Achei
lo portano in mano quando fanno i giudici, quelli che osservano
i giudizi di Zeus)—questo sarà per te un grande giuramento:
certo un giorno il rimpianto di Achille verrà sui figli degli Achei,
tutti quanti; quel giorno, per quanto ti affliggerai, non potrai
portare alcun aiuto, quando molti per mano di Ettore omicida
cadranno morti, ma ti rimorderai l’animo dentro
adirandoti di non aver ripagato nulla al migliore degli Achei».

 

Virgilio, Eneide XII 201-211 [parla Latino a Enea]

Tocco gli altari, e chiamo a testimoni gli dèi e i fuochi tra noi:
nessun giorno vedrà gli Itali infrangere questa pace e questi patti,
dovunque volgano gli eventi; e nessuna violenza torcerà
il mio consenso, nemmeno se affondi la terra nelle onde
mischiandole in un diluvio e dissolva il cielo nel Tartaro;
come questo scettro» (portava, infatti, uno scettro nella destra)
«mai più da una tenera foglia produrrà virgulti né ombre,
una volta che, tagliato nei boschi dalla profonda radice,
manca della madre e ha deposto le chiome e le braccia recise,
albero un tempo, ora la mano di un artefice lo ha racchiuso
in splendido bronzo e l’ha dato da portare ai padri Latini».

 

Poesie per Priapo 25 [parla Priapo]

Questo bastone, che è stato tagliato
dall’albero e non metterà più foglie,
scettro che cercano ragazze in foia,
che alcuni re vorrebbero tenere,
cui dànno baci checche rinomate,
lo ficcherò nei visceri del ladro
fino al pelo e al picciòlo dei coglioni.

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Dannata barba – Stratone di Sardi

 

DI STRATONE
Ma non eri un ragazzo ieri? E nemmeno in sogno ti era mai venuta
questa barba? Come diamine è spuntato questo pelo
che ha nascosto tutte le cose belle di prima? Che prodigio è questo?
Ieri eri Troilo: com’è che sei diventato Priamo?

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Cypria, Argomento – Proclo

Seguono a questi i cosiddetti Cypria, tramandati in undici libri; della forma del titolo parleremo in seguito, per non impacciare ora la continuità del racconto. Il contenuto è questo.
Zeus si consulta con Temi sulla guerra troiana. Mentre gli dèi stanno banchettando alle nozze di Peleo, sopraggiunge Eris e suscita una gara di bellezza tra Atena, Era e Afrodite, le quali su ordine di Zeus sono condotte da Ermes alla presenza di Alessandro sull’Ida per il giudizio: Alessandro, eccitato dalla prospettiva delle nozze con Elena, giudica la più bella Afrodite. In seguito su consiglio di Afrodite allestisce una flotta, Eleno profetizza loro ciò che succederà, Afrodite ordina a Enea di salpare con Alessandro, e Cassandra rivela ciò che succederà.
Approdato in Lacedemonia, Alessandro è ospitato dai figli di Tindaro, e successivamente a Sparta da Menelao: durante il banchetto Alessandro offre dei doni a Elena. Successivamente Menelao salpa alla volta di Creta, comandando a Elena di procurare il necessario agli ospiti fino a che non se ne andranno. Intanto Afrodite congiunge Elena con Alessandro, e dopo essersi uniti, i due, imbarcate quante più ricchezze possibili, salpano di notte. Ma Era manda contro di loro una tempesta. E trascinato fino a Sidone, Alessandro si impadronisce della città. Poi, salpato alla volta di Ilio, celebra le nozze con Elena.
Intanto Castore e Polluce sono colti in flagrante mentre portano via le vacche di Ida e Linceo. E Castore è ucciso da Ida, quindi Linceo e Ida sono uccisi da Polluce. E Zeus concede loro l’immortalità a giorni alterni. Successivamente Iride riferisce a Menelao quello che è accaduto in casa sua. Egli, sopraggiunto dal fratello, si consulta con lui sulla spedizione contro Ilio; quindi Menelao si reca da Nestore. Nestore, in una digressione, gli racconta di come Epopeo, avendo violentato la figlia di Licurgo, ha subìto il saccheggio della sua città, e la storia di Edipo e la pazzia di Eracle e la storia di Teseo e Arianna.
In seguito radunano i comandanti, attraversando la Grecia. Odisseo finge di essere pazzo, non volendo partecipare alla spedizione, ma lo smascherano quando, su consiglio di Palamede, rapiscono il figlio Telemaco con l’intenzione di torturarlo. Successivamente si riuniscono ad Aulide e sacrificano. E viene fatto vedere l’episodio del serpente e dei passeri e Calcante predice loro quello che succederà.
In seguito salpano e approdano a Teutrania e si mettono a saccheggiarla credendo sia Ilio. Ma Telefo fa una sortita: uccide Tersandro, figlio di Polinice, ed è a sua volta ferito da Achille. Quando salpano dalla Misia, una tempesta li sorprende e vengono dispersi. Achille, approdato a Sciro, sposa la figlia di Licomede, Deidamia.
In seguito Telefo si reca ad Argo su indicazione di un oracolo e Achille lo guarisce a patto che faccia loro da guida per la navigazione verso Ilio. E dopo che la spedizione si è radunata ad Aulide per la seconda volta, Agamennone, colpito un cervo durante la caccia, afferma di superare anche Artemide. Adiratasi, la dea li trattiene dalla navigazione mandando contro di loro delle tempeste. Dopo che Calcante ha rivelato l’ira della dea e ha comandato di sacrificare Ifigenia ad Artemide, la mandano a chiamare fingendo che sia per le nozze con Achille, ma quando si accingono a sacrificarla, Artemide la rapisce e la trasporta fra i Tauri, rendendola immortale, mentre al posto della fanciulla pone presso l’altare un cervo.
In seguito navigano fino a Tenedo. E mentre stanno banchettando, Filottete viene morso da un serpente d’acqua e a causa del cattivo odore viene lasciato a Lemno; Achille, chiamato solo dopo, litiga con Agamennone.
In seguito, sbarcati a Ilio, vengono respinti dai Troiani, e muore Protesilao, per mano di Ettore. In seguito Achille li volge in fuga dopo aver ucciso Cicno, figlio di Posidone. Quindi recuperano i cadaveri dei morti. Poi mandano un’ambasceria ai Troiani, reclamando Elena e le ricchezze sottratte. Ma poiché quelli non accondiscendono, in quel momento allora dànno l’assalto alle mura.
In seguito devastano la regione e le città vicine, percorrendo il territorio in lungo e in largo. Successivamente Achille desidera vedere Elena, e Afrodite e Tetide li conducono nello stesso luogo, facendoli incontrare.
Poi, quando gli Achei si sono ormai messi in moto per rientrare in patria, Achille li trattiene. E in seguito porta via le vacche di Enea, e saccheggia Lirnesso e Pedaso e molte delle città circostanti, e uccide Troilo. Patroclo porta Licaone a Lemno e lo vende. E dal bottino Achille prende come dono onorifico Briseide, mentre Agamennone prende Criseide.
In seguito c’è la morte di Palamede, e la decisione di Zeus di alleviare le sorti dei Troiani rimuovendo Achille dall’alleanza dei Greci, e il catalogo degli alleati dei Troiani.

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La vecchia pazza – Apuleio, Metamorfosi VII 27-28

[25-26]

[27] 1. Avvenne così che la mia rovina fosse differita al giorno dopo. In ogni caso, io rendevo grazie a quel buon ragazzino, perché almeno, da morto, mi aveva donato quell’unica, minuscola giornata prima della carneficina.

2. E tuttavia nemmeno quel minuscolo spazio di tempo mi fu concesso per rallegrarmi o riposarmi; la madre del ragazzino, infatti, lamentando l’acerba morte del figlio tutta piangente e lacrimosa e coperta da una veste nera, strappandosi con ambo le mani i capelli bianchi sparsi di cenere, gemendo sempre più fino a strillare, irrompe nella mia stalla e, battendosi e spaccandosi violentemente i seni, comincia: 3. «E ora questo qui se ne sta tranquillamente chino sulla mangiatoia, schiavo della sua voracità, e abbuffata dopo abbuffata gonfia senza sosta il ventre insaziabile e profondo: non ha compassione per la mia pena e non si ricorda la fine abominevole del suo custode defunto; 4. ma di sicuro disprezza e disdegna la mia vecchiaia e la mia fragilità, e crede di potersela cavare impunemente dopo un tanto grande delitto. Ma a ogni modo lui si immagina innocente: certo, è tipico delle peggiori imprese sperare di scamparla anche dinanzi a una coscienza sporca. 5. Che poi, in nome degli dèi, stramaledetto quadrupede, mettiamo che tu assuma provvisoriamente l’uso della voce, chi in fin dei conti, fosse anche il più stupido di tutti, potresti convincere che questa atrocità non è colpa tua, quando avresti potuto contrattaccare con le zampe e proteggere coi morsi il mio povero bambino? 6. O forse, quando era in carne e ossa, sei riuscito ad attaccarlo più volte con i tuoi calci, ma quando stava per morire, non sei riuscito a difenderlo con altrettanto zelo? 7. Per lo meno avresti potuto accoglierlo sul dorso e portartelo subito via: lo avresti strappato dalle mani insanguinate di quel pericoloso bandito; insomma, se non avessi gettato giù e abbandonato quel tuo compagno di schiavitù e di viaggi, quel tuo custode e pastore, non te la saresti data a gambe da solo. 8. O forse non sai che è consuetudine punire anche coloro che hanno negato l’aiuto decisivo a persone in pericolo di vita, poiché l’azione stessa che hanno compiuto è contraria a qualsiasi valore? 9. Ma non gioirai più a lungo delle mie sciagure, omicida! Sentirai – te lo farò sentire io! – che un dolore disperato ha una forza innata»; [28] 1. detto fatto, infilate la mani sotto la veste, si scioglie la fascia per il seno e mi ci lega i piedi separatamente, quindi li stringe insieme serratissimi, evidentemente affinché non mi restasse alcuna possibilità di vendicarmi, 2. e afferrata la pertica con cui erano soliti sprangare le porte della stalla, non smise di colpirmi prima che, vinte e venute meno le forze, il randello, gravato dal suo stesso peso, le fosse scivolato dalle mani. 3. Allora lamentatasi del rapido affaticamento delle sue braccia, corre a precipizio verso il braciere e, preso un tizzone ardente, me lo spinge nel bel mezzo dell’inguine, finché, ricorrendo all’unica difesa che mi restava, espulso all’improvviso dello sterco liquido, le imbrattai la faccia e gli occhi. 4. Ed è grazie a quella cecità e a quel fetore che alla fine scampai alla rovina: altrimenti, un Meleagro asino sarebbe morto a causa del tizzone di un’Altea delirante. 

 

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Il viandante sfortunato – Apuleio, Metamorfosi VII 25-26

[23-24]

[25] 1. In quel momento un viandante, vedendomi solitario e vagabondo dietro di lui, piomba su di me e, montatomi addosso di fretta, picchiandomi con il bastone che aveva con sé, si mise a condurmi per una via traversa e ignota. 2. Non che io mi prestassi alla corsa malvolentieri, visto che mi lasciavo alle spalle l’atrocissima prospettiva della macellazione della mia virilità. Del resto le botte non mi turbavano granché, avvezzo com’ero, secondo la procedura, a essere ammazzato di randellate. 

3. Ma quella dannata Fortuna, ostinata nel procurarmi sventure, con sciagurata velocità giocò d’anticipo su una tanto tempestiva scappatoia e approntò un nuovo agguato. 4. I miei pastori, infatti, stavano percorrendo in lungo e in largo quelle zone alla ricerca di una vaccherella che avevano perduto, quando si imbattono accidentalmente in noi: subito mi riconoscono e, presomi per il capestro, smaniano di tirarmi a sé. 5. Ma quello, resistendo con vigorosa temerarietà, chiamava a testimoni gli uomini e gli dèi: «Perché mi trascinate a forza? Perché mi aggredite?». 

6. «Ah sì? Noi trattiamo ingiustamente te, che ti sei rubato il nostro asino e te lo porti via con te? Perché piuttosto non confessi dove si trova il ragazzino suo palafreniere? Di certo l’hai ammazzato e l’hai nascosto da qualche parte!»; 7. e subito lo tirano giù a terra e si mettono a pestarlo con pugni e colpirlo con calci. Quando quello può finalmente parlare, giura che lui almeno non aveva visto alcun conducente, ma che l’aveva incontrato completamente sciolto e solitario e se ne era impadronito per la ricompensa della denuncia, intenzionato tuttavia a restituirlo al suo proprio padrone. 8. «Se solo l’asino stesso», disse, «– magari non l’avessi mai visto! – fosse in grado di emettere voce umana e potesse rendere testimonianza della mia innocenza: di certo vi vergognereste di questa ingiustizia». 

9. Pur con queste assicurazioni non riusciva a ottenere niente di niente. Infatti, legatolo per il collo, i pastori, decisi a tormentarlo, lo trascinano indietro verso le selve boscose di quel monte da dove il ragazzino era solito portar giù la legna. [26] 1. Eppure quello non si trova da nessuna parte nei campi circostanti; scorgono, invece, distintamente il suo corpo lacerato membro a membro e sparso qua e là in diversi luoghi. 2. La qual cosa, io lo pensavo senza alcun dubbio, era stata compiuta dai denti di quell’orsa e, per Ercole!, avrei detto ciò che sapevo, se avessi avuto sufficiente facoltà di parola. Invece – solo questo potevo fare –, zitto zitto mi rallegravo della pur tarda vendetta. 3. E per quanto riguarda il cadavere, dopo che, fra l’uno e l’altro dei pezzi dispersi, alla fine l’avevano ritrovato tutto e a fatica l’avevano ricomposto, lo affidarono alla terra lì stesso; il mio Bellerofonte, invece, accusato di essere un indubbio ladro di bestiame e un assassino sanguinario, per il momento lo legano e lo portano alle loro capanne, in attesa che, all’alba del giorno seguente, trascinato davanti ai magistrati, come dicevano, fosse consegnato alla sua pena. 

4. Nel frattempo, mentre i genitori del ragazzino lamentavano la morte del figlio piangendo e percuotendosi il petto, ecco arrivare il contadino che, non avendo in alcun modo eluso la sua promessa, reclama la mia castrazione, come da accordo. 5. «Non è dalla stessa cosa», dice uno di quelli, «che proviene la nostra perdita di oggi, ma in ogni caso domani sarà un vero piacere staccare a questo maledettissimo asino non solo gli attributi, ma anche la testa stessa. E non ti mancherà l’aiuto di nessuno di questi qui».

[27-28]

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Di condanna in condanna – Apuleio, Metamorfosi VII 23-24

[21-22]

[23] 1. Ma uno di quella compagnia di contadini disse: «È un sacrilegio ammazzare in questo modo un asino in così buona salute e trovarsi privi del suo lavoro e del suo servizio tanto necessario solo per un’accusa di lussuria e licenziosità amorosa, 2. quando, d’altronde, una volta che uno gli ha tagliato via i genitali, non potrebbe in nessun modo drizzarsi alla monta, liberandovi così dalla paura di ogni rischio, senza contare per altro che diventerebbe di gran lunga più grosso e più corpulento. 3. Io ne conosco molti, non solo di asini pigri, ma anche di cavalli ferocissimi che, affaticati da un eccesso di libidine e per questo aggressivi e furiosi, una volta operata una simile detesticolizzazione, sono diventati mansueti e miti, non inabili al trasporto di pesi e capaci di piegarsi a tutte le altre mansioni. 4. Quindi (a meno che vi stiate facendo convincere contro voglia) se aspettate il piccolo spazio di tempo in cui avevo deciso di andare al mercato più vicino, posso andare a prendere a casa gli strumenti predisposti a questo rimedio, tornare immediatamente da voi, mettere questo amante aggressivo e ributtante a cosce aperte ed evirarlo: a quel punto l’avrò reso più mite di un qualsiasi montone».

[24] 1. Una simile sentenza mi aveva strappato dalle grinfie dell’Inferno quando ormai c’ero praticamente in mezzo, ma mi aveva riservato alla punizione più atroce, per cui già mi affliggevo e compiangevo l’imminente estinzione di tutto me stesso in quell’estrema parte del mio corpo. 2. Mi chiedevo, dunque, se togliermi la vita io stesso con un digiuno continuo o con una caduta precipitosa, intenzionato nondimeno a morire, sì, ma a morire intero. 3. E mentre esito in questa scelta del modo in cui uccidermi, la mattina seguente quel ragazzino mio assassino mi porta di nuovo sul consueto sentiero di montagna. 4. E dopo avermi assicurato al ramo penzolante di un leccio grandissimo, fattosi un pochino più avanti lungo la via, già da un po’ stava tagliando con la scure della legna da portare giù, quand’ecco da una grotta vicinissima, sollevando la grande testa, striscia fuori in tutta la sua mostruosità un’orsa. 5. Appena la vedo, spaventato e atterrito da quell’improvvisa apparizione, spingo indietro sui garretti posteriori tutto il peso del corpo e, sollevato in alto il collo eretto, rompo la cinghia dalla quale ero trattenuto e subito mi do a una rapida fuga: e dopo essere rotolato a capofitto lungo i pendii 6. non con i soli piedi ma anche con tutto il corpo slanciato in avanti, mi immetto nella campagna che si apriva là sotto, fuggendo con il massimo zelo quell’orsa gigantesca e, peggio ancora dell’orsa, quel ragazzino.

[25-26]

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Lucio è condannato a morte – Apuleio, Metamorfosi VII 21-22

[19-20]

[21] 1. «Lo vedete questo, pigro, lentissimo e fin troppo asino? Povero me, oltre a tutte le altre sue malefatte, anche ora mi affligge mettendomi nuovamente in pericolo. 2. Appena, infatti, ha scorto un passante qualsiasi, che si tratti di quella bella donna o di quella fanciulla nubile o di quel tenero ragazzino, all’istante butta via il carico (non di rado getta giù anche lo stesso basto), e come un maniaco gli corre addosso: concupisce esseri umani, un simile amatore! Prostratili a terra e spasimandogli addosso, intraprende illecite e inaudite dissolutezze e montando in voluttà bestiali, quando Venere ha ormai distolto lo sguardo, invita a nozze le sue vittime. 3. Addirittura, infatti, imitando la forma di un bacio, le colpisce e le mordicchia dovunque con quel muso sfacciato. La qual cosa ci attirerà contro non piccole liti e litigi, anzi forse anche delle accuse. 4. Anche ora ha visto una certa giovane graziosa e, gettata giù tutt’intorno la legna che trasportava, ha diretto contro di lei i suoi furiosi assalti: prostrata la donna sulla lurida terra, questo galante cicisbeo tentava di montarla lì stesso davanti a tutti. 5. Che se non fosse accorso un presidio di passanti invocato in aiuto dai pianti e dai lamenti della fanciulla, e questa non fosse stata strappata e liberata dalla stretta dei suoi zoccoli, a quest’ora lei, quella poverina, calpestata e fatta a pezzi, avrebbe dovuto sopportare una terribile tortura, ma a noi avrebbe garantito la pena capitale».

[22] 1. Mischiando a simili menzogne altre chiacchiere che appesantirono ancora più poderosamente il mio pudico silenzio, aizzò crudelmente gli animi dei pastori alla mia rovina. 2. Disse quindi uno di quelli: «Perché allora non prendiamo questo marito pubblico, anzi questo adultero comune a tutti quanti, e non lo sacrifichiamo come vittima in tutto degna di quelle sue nozze mostruose?»; 3. e poi: «Ehi tu, ragazzino», aggiunse, «fallo subito a pezzi e getta le sue interiora ai nostri cani, mentre il resto della carne mettila da parte tutta per la cena dei lavoratori. Per quanto riguarda la pelle, la rafforzeremo con una passata di cenere e la riporteremo ai padroni: sarà facile fargli credere che lo ha ucciso un lupo». 4. Bandito ogni indugio, quel delinquente del mio accusatore si accingeva parimenti a eseguire egli stesso la sentenza dei pastori, e facendosi allegramente beffe dei miei mali in quanto memore di quel mio calcio, che – Ercole mio! – mi rammarico sia stato inefficace, subito preparava la spada arrotandola sulla cote.

[23-24]

 

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Lucio va a fuoco – Apuleio, Metamorfosi VII 19-20

[17-18]

[19] 1. Perciò dunque ero afflitto da un male bifronte. Perché una volta che mi ero lanciato in corsa nel tentativo di sfuggire ai dolorosissimi attacchi di legnate, venivo colpito da un più energico slancio delle spine; se, invece, per risparmiarmi il dolore mi ero fermato un pochino, venivo costretto alla corsa dalle botte. 2. Quel ragazzino ignobilissimo, insomma, non sembrava voler escogitare nient’altro che di mandarmi in qualunque modo alla malora, e non mancava talvolta di minacciarmelo con un giuramento. 

3. E ovviamente accadde una cosa che stimolò la sua detestabile malvagità a esperimenti peggiori: un giorno che la mia pazienza era stata sopraffatta dalla sua troppa insolenza, infatti, gli avevo sferrato dei vigorosi calci. Quindi per punirmi si inventa questa scelleratezza. 4. Mi carica con un’abbondante soma di stoppa e me la assicura per bene con delle corde, quindi mi conduce sulla strada e, rubato un carboncello ancora acceso dalla fattoria più vicina, me lo appoggia sul centro esatto del carico. 5. E subito, acceso e nutrito da quel piccolo alimento, un fuoco si levò in fiamme e in un attimo quell’incendio letale mi aveva raggiunto dovunque. Non vedo alcuno scampo alla rovina finale né alcuna speranza di salvezza: una simile pira, non ammettendo indugi, previene anche le idee migliori. [20] 1. Ma in quel sinistro frangente si posò su di me un più lieto sguardo della Fortuna, non so se per serbarmi a pericoli futuri, ma certamente liberandomi da una morte imminente e decretata. 2. Per caso, infatti, scorto vicinissimo a me un ricettacolo di acqua fangosa (appena il giorno prima aveva piovuto), con un salto avventato mi ci getto tutto intero e, spenta completamente la fiamma, ne vengo fuori finalmente alleggerito del peso e salvato dall’estinzione. 3. Ma quel ragazzino pessimo e sconsiderato ritorse contro di me anche questa sua ignobilissima azione e a tutti i custodi del gregge dichiarò che ero stato io stesso, passando di mia sponte accanto ai bracieri dei vicini e scivolatovi addosso a causa della mia andatura vacillante, a procurarmi un incendio volontario, e ridendoci sopra aggiunse: «Fino a quando dunque butteremo cibo in questo asincendio?». 

4. E non intercorsero molti giorni che mi attaccò con insidie di gran lunga peggiori. Infatti, venduta a una casetta del vicinato la legna che portavo, mentre mi conduce ormai privo di carico, comincia a urlare proclamandosi inadatto a confrontarsi con la mia depravazione, e facendo mostra di non poter più esercitare quella sciaguratissima soprintendenza su di me, si dispone a lamentazioni di questo tono:

[21-22]

 

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