Lo scettro – Carmina Priapea

 

Omero, Iliade I 233-244 [parla Achille ad Agamennone]

Ma io ti parlerò chiaro e farò inoltre un grande giuramento:
per questo scettro, che mai più produrrà foglie
e rami, una volta che ha lasciato il suo tronco sui monti,
né rifiorirà (tutto intorno, infatti, il bronzo lo ha scorzato
di foglie e di corteccia, e ora i figli degli Achei
lo portano in mano quando fanno i giudici, quelli che osservano
i giudizi di Zeus)—questo sarà per te un grande giuramento:
certo un giorno il rimpianto di Achille verrà sui figli degli Achei,
tutti quanti; quel giorno, per quanto ti affliggerai, non potrai
portare alcun aiuto, quando molti per mano di Ettore omicida
cadranno morti, ma ti rimorderai l’animo dentro
adirandoti di non aver ripagato nulla al migliore degli Achei».

 

Virgilio, Eneide XII 201-211 [parla Latino a Enea]

Tocco gli altari, e chiamo a testimoni gli dèi e i fuochi tra noi:
nessun giorno vedrà gli Itali infrangere questa pace e questi patti,
dovunque volgano gli eventi; e nessuna violenza torcerà
il mio consenso, nemmeno se affondi la terra nelle onde
mischiandole in un diluvio e dissolva il cielo nel Tartaro;
come questo scettro» (portava, infatti, uno scettro nella destra)
«mai più da una tenera foglia produrrà virgulti né ombre,
una volta che, tagliato nei boschi dalla profonda radice,
manca della madre e ha deposto le chiome e le braccia recise,
albero un tempo, ora la mano di un artefice lo ha racchiuso
in splendido bronzo e l’ha dato da portare ai padri Latini».

 

Poesie per Priapo 25 [parla Priapo]

Questo bastone, che è stato tagliato
dall’albero e non metterà più foglie,
scettro che cercano ragazze in foia,
che alcuni re vorrebbero tenere,
cui dànno baci checche rinomate,
lo ficcherò nei visceri del ladro
fino al pelo e al picciòlo dei coglioni.

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Dannata barba – Stratone di Sardi

 

DI STRATONE
Ma non eri un ragazzo ieri? E nemmeno in sogno ti era mai venuta
questa barba? Come diamine è spuntato questo pelo
che ha nascosto tutte le cose belle di prima? Che prodigio è questo?
Ieri eri Troilo: com’è che sei diventato Priamo?

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Cypria, Argomento – Proclo

Seguono a questi i cosiddetti Cypria, tramandati in undici libri; della forma del titolo parleremo in seguito, per non impacciare ora la continuità del racconto. Il contenuto è questo.
Zeus si consulta con Temi sulla guerra troiana. Mentre gli dèi stanno banchettando alle nozze di Peleo, sopraggiunge Eris e suscita una gara di bellezza tra Atena, Era e Afrodite, le quali su ordine di Zeus sono condotte da Ermes alla presenza di Alessandro sull’Ida per il giudizio: Alessandro, eccitato dalla prospettiva delle nozze con Elena, giudica la più bella Afrodite. In seguito su consiglio di Afrodite allestisce una flotta, Eleno profetizza loro ciò che succederà, Afrodite ordina a Enea di salpare con Alessandro, e Cassandra rivela ciò che succederà.
Approdato in Lacedemonia, Alessandro è ospitato dai figli di Tindaro, e successivamente a Sparta da Menelao: durante il banchetto Alessandro offre dei doni a Elena. Successivamente Menelao salpa alla volta di Creta, comandando a Elena di procurare il necessario agli ospiti fino a che non se ne andranno. Intanto Afrodite congiunge Elena con Alessandro, e dopo essersi uniti, i due, imbarcate quante più ricchezze possibili, salpano di notte. Ma Era manda contro di loro una tempesta. E trascinato fino a Sidone, Alessandro si impadronisce della città. Poi, salpato alla volta di Ilio, celebra le nozze con Elena.
Intanto Castore e Polluce sono colti in flagrante mentre portano via le vacche di Ida e Linceo. E Castore è ucciso da Ida, quindi Linceo e Ida sono uccisi da Polluce. E Zeus concede loro l’immortalità a giorni alterni. Successivamente Iride riferisce a Menelao quello che è accaduto in casa sua. Egli, sopraggiunto dal fratello, si consulta con lui sulla spedizione contro Ilio; quindi Menelao si reca da Nestore. Nestore, in una digressione, gli racconta di come Epopeo, avendo violentato la figlia di Licurgo, ha subìto il saccheggio della sua città, e la storia di Edipo e la pazzia di Eracle e la storia di Teseo e Arianna.
In seguito radunano i comandanti, attraversando la Grecia. Odisseo finge di essere pazzo, non volendo partecipare alla spedizione, ma lo smascherano quando, su consiglio di Palamede, rapiscono il figlio Telemaco con l’intenzione di torturarlo. Successivamente si riuniscono ad Aulide e sacrificano. E viene fatto vedere l’episodio del serpente e dei passeri e Calcante predice loro quello che succederà.
In seguito salpano e approdano a Teutrania e si mettono a saccheggiarla credendo sia Ilio. Ma Telefo fa una sortita: uccide Tersandro, figlio di Polinice, ed è a sua volta ferito da Achille. Quando salpano dalla Misia, una tempesta li sorprende e vengono dispersi. Achille, approdato a Sciro, sposa la figlia di Licomede, Deidamia.
In seguito Telefo si reca ad Argo su indicazione di un oracolo e Achille lo guarisce a patto che faccia loro da guida per la navigazione verso Ilio. E dopo che la spedizione si è radunata ad Aulide per la seconda volta, Agamennone, colpito un cervo durante la caccia, afferma di superare anche Artemide. Adiratasi, la dea li trattiene dalla navigazione mandando contro di loro delle tempeste. Dopo che Calcante ha rivelato l’ira della dea e ha comandato di sacrificare Ifigenia ad Artemide, la mandano a chiamare fingendo che sia per le nozze con Achille, ma quando si accingono a sacrificarla, Artemide la rapisce e la trasporta fra i Tauri, rendendola immortale, mentre al posto della fanciulla pone presso l’altare un cervo.
In seguito navigano fino a Tenedo. E mentre stanno banchettando, Filottete viene morso da un serpente d’acqua e a causa del cattivo odore viene lasciato a Lemno; Achille, chiamato solo dopo, litiga con Agamennone.
In seguito, sbarcati a Ilio, vengono respinti dai Troiani, e muore Protesilao, per mano di Ettore. In seguito Achille li volge in fuga dopo aver ucciso Cicno, figlio di Posidone. Quindi recuperano i cadaveri dei morti. Poi mandano un’ambasceria ai Troiani, reclamando Elena e le ricchezze sottratte. Ma poiché quelli non accondiscendono, in quel momento allora dànno l’assalto alle mura.
In seguito devastano la regione e le città vicine, percorrendo il territorio in lungo e in largo. Successivamente Achille desidera vedere Elena, e Afrodite e Tetide li conducono nello stesso luogo, facendoli incontrare.
Poi, quando gli Achei si sono ormai messi in moto per rientrare in patria, Achille li trattiene. E in seguito porta via le vacche di Enea, e saccheggia Lirnesso e Pedaso e molte delle città circostanti, e uccide Troilo. Patroclo porta Licaone a Lemno e lo vende. E dal bottino Achille prende come dono onorifico Briseide, mentre Agamennone prende Criseide.
In seguito c’è la morte di Palamede, e la decisione di Zeus di alleviare le sorti dei Troiani rimuovendo Achille dall’alleanza dei Greci, e il catalogo degli alleati dei Troiani.

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La vecchia pazza – Apuleio, Metamorfosi VII 27-28

[25-26]

[27] 1. Avvenne così che la mia rovina fosse differita al giorno dopo. In ogni caso, io rendevo grazie a quel buon ragazzino, perché almeno, da morto, mi aveva donato quell’unica, minuscola giornata prima della carneficina.

2. E tuttavia nemmeno quel minuscolo spazio di tempo mi fu concesso per rallegrarmi o riposarmi; la madre del ragazzino, infatti, lamentando l’acerba morte del figlio tutta piangente e lacrimosa e coperta da una veste nera, strappandosi con ambo le mani i capelli bianchi sparsi di cenere, gemendo sempre più fino a strillare, irrompe nella mia stalla e, battendosi e spaccandosi violentemente i seni, comincia: 3. «E ora questo qui se ne sta tranquillamente chino sulla mangiatoia, schiavo della sua voracità, e abbuffata dopo abbuffata gonfia senza sosta il ventre insaziabile e profondo: non ha compassione per la mia pena e non si ricorda la fine abominevole del suo custode defunto; 4. ma di sicuro disprezza e disdegna la mia vecchiaia e la mia fragilità, e crede di potersela cavare impunemente dopo un tanto grande delitto. Ma a ogni modo lui si immagina innocente: certo, è tipico delle peggiori imprese sperare di scamparla anche dinanzi a una coscienza sporca. 5. Che poi, in nome degli dèi, stramaledetto quadrupede, mettiamo che tu assuma provvisoriamente l’uso della voce, chi in fin dei conti, fosse anche il più stupido di tutti, potresti convincere che questa atrocità non è colpa tua, quando avresti potuto contrattaccare con le zampe e proteggere coi morsi il mio povero bambino? 6. O forse, quando era in carne e ossa, sei riuscito ad attaccarlo più volte con i tuoi calci, ma quando stava per morire, non sei riuscito a difenderlo con altrettanto zelo? 7. Per lo meno avresti potuto accoglierlo sul dorso e portartelo subito via: lo avresti strappato dalle mani insanguinate di quel pericoloso bandito; insomma, se non avessi gettato giù e abbandonato quel tuo compagno di schiavitù e di viaggi, quel tuo custode e pastore, non te la saresti data a gambe da solo. 8. O forse non sai che è consuetudine punire anche coloro che hanno negato l’aiuto decisivo a persone in pericolo di vita, poiché l’azione stessa che hanno compiuto è contraria a qualsiasi valore? 9. Ma non gioirai più a lungo delle mie sciagure, omicida! Sentirai – te lo farò sentire io! – che un dolore disperato ha una forza innata»; [28] 1. detto fatto, infilate la mani sotto la veste, si scioglie la fascia per il seno e mi ci lega i piedi separatamente, quindi li stringe insieme serratissimi, evidentemente affinché non mi restasse alcuna possibilità di vendicarmi, 2. e afferrata la pertica con cui erano soliti sprangare le porte della stalla, non smise di colpirmi prima che, vinte e venute meno le forze, il randello, gravato dal suo stesso peso, le fosse scivolato dalle mani. 3. Allora lamentatasi del rapido affaticamento delle sue braccia, corre a precipizio verso il braciere e, preso un tizzone ardente, me lo spinge nel bel mezzo dell’inguine, finché, ricorrendo all’unica difesa che mi restava, espulso all’improvviso dello sterco liquido, le imbrattai la faccia e gli occhi. 4. Ed è grazie a quella cecità e a quel fetore che alla fine scampai alla rovina: altrimenti, un Meleagro asino sarebbe morto a causa del tizzone di un’Altea delirante. 

 

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Il viandante sfortunato – Apuleio, Metamorfosi VII 25-26

[23-24]

[25] 1. In quel momento un viandante, vedendomi solitario e vagabondo dietro di lui, piomba su di me e, montatomi addosso di fretta, picchiandomi con il bastone che aveva con sé, si mise a condurmi per una via traversa e ignota. 2. Non che io mi prestassi alla corsa malvolentieri, visto che mi lasciavo alle spalle l’atrocissima prospettiva della macellazione della mia virilità. Del resto le botte non mi turbavano granché, avvezzo com’ero, secondo la procedura, a essere ammazzato di randellate. 

3. Ma quella dannata Fortuna, ostinata nel procurarmi sventure, con sciagurata velocità giocò d’anticipo su una tanto tempestiva scappatoia e approntò un nuovo agguato. 4. I miei pastori, infatti, stavano percorrendo in lungo e in largo quelle zone alla ricerca di una vaccherella che avevano perduto, quando si imbattono accidentalmente in noi: subito mi riconoscono e, presomi per il capestro, smaniano di tirarmi a sé. 5. Ma quello, resistendo con vigorosa temerarietà, chiamava a testimoni gli uomini e gli dèi: «Perché mi trascinate a forza? Perché mi aggredite?». 

6. «Ah sì? Noi trattiamo ingiustamente te, che ti sei rubato il nostro asino e te lo porti via con te? Perché piuttosto non confessi dove si trova il ragazzino suo palafreniere? Di certo l’hai ammazzato e l’hai nascosto da qualche parte!»; 7. e subito lo tirano giù a terra e si mettono a pestarlo con pugni e colpirlo con calci. Quando quello può finalmente parlare, giura che lui almeno non aveva visto alcun conducente, ma che l’aveva incontrato completamente sciolto e solitario e se ne era impadronito per la ricompensa della denuncia, intenzionato tuttavia a restituirlo al suo proprio padrone. 8. «Se solo l’asino stesso», disse, «– magari non l’avessi mai visto! – fosse in grado di emettere voce umana e potesse rendere testimonianza della mia innocenza: di certo vi vergognereste di questa ingiustizia». 

9. Pur con queste assicurazioni non riusciva a ottenere niente di niente. Infatti, legatolo per il collo, i pastori, decisi a tormentarlo, lo trascinano indietro verso le selve boscose di quel monte da dove il ragazzino era solito portar giù la legna. [26] 1. Eppure quello non si trova da nessuna parte nei campi circostanti; scorgono, invece, distintamente il suo corpo lacerato membro a membro e sparso qua e là in diversi luoghi. 2. La qual cosa, io lo pensavo senza alcun dubbio, era stata compiuta dai denti di quell’orsa e, per Ercole!, avrei detto ciò che sapevo, se avessi avuto sufficiente facoltà di parola. Invece – solo questo potevo fare –, zitto zitto mi rallegravo della pur tarda vendetta. 3. E per quanto riguarda il cadavere, dopo che, fra l’uno e l’altro dei pezzi dispersi, alla fine l’avevano ritrovato tutto e a fatica l’avevano ricomposto, lo affidarono alla terra lì stesso; il mio Bellerofonte, invece, accusato di essere un indubbio ladro di bestiame e un assassino sanguinario, per il momento lo legano e lo portano alle loro capanne, in attesa che, all’alba del giorno seguente, trascinato davanti ai magistrati, come dicevano, fosse consegnato alla sua pena. 

4. Nel frattempo, mentre i genitori del ragazzino lamentavano la morte del figlio piangendo e percuotendosi il petto, ecco arrivare il contadino che, non avendo in alcun modo eluso la sua promessa, reclama la mia castrazione, come da accordo. 5. «Non è dalla stessa cosa», dice uno di quelli, «che proviene la nostra perdita di oggi, ma in ogni caso domani sarà un vero piacere staccare a questo maledettissimo asino non solo gli attributi, ma anche la testa stessa. E non ti mancherà l’aiuto di nessuno di questi qui».

[27-28]

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Di condanna in condanna – Apuleio, Metamorfosi VII 23-24

[21-22]

[23] 1. Ma uno di quella compagnia di contadini disse: «È un sacrilegio ammazzare in questo modo un asino in così buona salute e trovarsi privi del suo lavoro e del suo servizio tanto necessario solo per un’accusa di lussuria e licenziosità amorosa, 2. quando, d’altronde, una volta che uno gli ha tagliato via i genitali, non potrebbe in nessun modo drizzarsi alla monta, liberandovi così dalla paura di ogni rischio, senza contare per altro che diventerebbe di gran lunga più grosso e più corpulento. 3. Io ne conosco molti, non solo di asini pigri, ma anche di cavalli ferocissimi che, affaticati da un eccesso di libidine e per questo aggressivi e furiosi, una volta operata una simile detesticolizzazione, sono diventati mansueti e miti, non inabili al trasporto di pesi e capaci di piegarsi a tutte le altre mansioni. 4. Quindi (a meno che vi stiate facendo convincere contro voglia) se aspettate il piccolo spazio di tempo in cui avevo deciso di andare al mercato più vicino, posso andare a prendere a casa gli strumenti predisposti a questo rimedio, tornare immediatamente da voi, mettere questo amante aggressivo e ributtante a cosce aperte ed evirarlo: a quel punto l’avrò reso più mite di un qualsiasi montone».

[24] 1. Una simile sentenza mi aveva strappato dalle grinfie dell’Inferno quando ormai c’ero praticamente in mezzo, ma mi aveva riservato alla punizione più atroce, per cui già mi affliggevo e compiangevo l’imminente estinzione di tutto me stesso in quell’estrema parte del mio corpo. 2. Mi chiedevo, dunque, se togliermi la vita io stesso con un digiuno continuo o con una caduta precipitosa, intenzionato nondimeno a morire, sì, ma a morire intero. 3. E mentre esito in questa scelta del modo in cui uccidermi, la mattina seguente quel ragazzino mio assassino mi porta di nuovo sul consueto sentiero di montagna. 4. E dopo avermi assicurato al ramo penzolante di un leccio grandissimo, fattosi un pochino più avanti lungo la via, già da un po’ stava tagliando con la scure della legna da portare giù, quand’ecco da una grotta vicinissima, sollevando la grande testa, striscia fuori in tutta la sua mostruosità un’orsa. 5. Appena la vedo, spaventato e atterrito da quell’improvvisa apparizione, spingo indietro sui garretti posteriori tutto il peso del corpo e, sollevato in alto il collo eretto, rompo la cinghia dalla quale ero trattenuto e subito mi do a una rapida fuga: e dopo essere rotolato a capofitto lungo i pendii 6. non con i soli piedi ma anche con tutto il corpo slanciato in avanti, mi immetto nella campagna che si apriva là sotto, fuggendo con il massimo zelo quell’orsa gigantesca e, peggio ancora dell’orsa, quel ragazzino.

[25-26]

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Lucio è condannato a morte – Apuleio, Metamorfosi VII 21-22

[19-20]

[21] 1. «Lo vedete questo, pigro, lentissimo e fin troppo asino? Povero me, oltre a tutte le altre sue malefatte, anche ora mi affligge mettendomi nuovamente in pericolo. 2. Appena, infatti, ha scorto un passante qualsiasi, che si tratti di quella bella donna o di quella fanciulla nubile o di quel tenero ragazzino, all’istante butta via il carico (non di rado getta giù anche lo stesso basto), e come un maniaco gli corre addosso: concupisce esseri umani, un simile amatore! Prostratili a terra e spasimandogli addosso, intraprende illecite e inaudite dissolutezze e montando in voluttà bestiali, quando Venere ha ormai distolto lo sguardo, invita a nozze le sue vittime. 3. Addirittura, infatti, imitando la forma di un bacio, le colpisce e le mordicchia dovunque con quel muso sfacciato. La qual cosa ci attirerà contro non piccole liti e litigi, anzi forse anche delle accuse. 4. Anche ora ha visto una certa giovane graziosa e, gettata giù tutt’intorno la legna che trasportava, ha diretto contro di lei i suoi furiosi assalti: prostrata la donna sulla lurida terra, questo galante cicisbeo tentava di montarla lì stesso davanti a tutti. 5. Che se non fosse accorso un presidio di passanti invocato in aiuto dai pianti e dai lamenti della fanciulla, e questa non fosse stata strappata e liberata dalla stretta dei suoi zoccoli, a quest’ora lei, quella poverina, calpestata e fatta a pezzi, avrebbe dovuto sopportare una terribile tortura, ma a noi avrebbe garantito la pena capitale».

[22] 1. Mischiando a simili menzogne altre chiacchiere che appesantirono ancora più poderosamente il mio pudico silenzio, aizzò crudelmente gli animi dei pastori alla mia rovina. 2. Disse quindi uno di quelli: «Perché allora non prendiamo questo marito pubblico, anzi questo adultero comune a tutti quanti, e non lo sacrifichiamo come vittima in tutto degna di quelle sue nozze mostruose?»; 3. e poi: «Ehi tu, ragazzino», aggiunse, «fallo subito a pezzi e getta le sue interiora ai nostri cani, mentre il resto della carne mettila da parte tutta per la cena dei lavoratori. Per quanto riguarda la pelle, la rafforzeremo con una passata di cenere e la riporteremo ai padroni: sarà facile fargli credere che lo ha ucciso un lupo». 4. Bandito ogni indugio, quel delinquente del mio accusatore si accingeva parimenti a eseguire egli stesso la sentenza dei pastori, e facendosi allegramente beffe dei miei mali in quanto memore di quel mio calcio, che – Ercole mio! – mi rammarico sia stato inefficace, subito preparava la spada arrotandola sulla cote.

[23-24]

 

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Lucio va a fuoco – Apuleio, Metamorfosi VII 19-20

[17-18]

[19] 1. Perciò dunque ero afflitto da un male bifronte. Perché una volta che mi ero lanciato in corsa nel tentativo di sfuggire ai dolorosissimi attacchi di legnate, venivo colpito da un più energico slancio delle spine; se, invece, per risparmiarmi il dolore mi ero fermato un pochino, venivo costretto alla corsa dalle botte. 2. Quel ragazzino ignobilissimo, insomma, non sembrava voler escogitare nient’altro che di mandarmi in qualunque modo alla malora, e non mancava talvolta di minacciarmelo con un giuramento. 

3. E ovviamente accadde una cosa che stimolò la sua detestabile malvagità a esperimenti peggiori: un giorno che la mia pazienza era stata sopraffatta dalla sua troppa insolenza, infatti, gli avevo sferrato dei vigorosi calci. Quindi per punirmi si inventa questa scelleratezza. 4. Mi carica con un’abbondante soma di stoppa e me la assicura per bene con delle corde, quindi mi conduce sulla strada e, rubato un carboncello ancora acceso dalla fattoria più vicina, me lo appoggia sul centro esatto del carico. 5. E subito, acceso e nutrito da quel piccolo alimento, un fuoco si levò in fiamme e in un attimo quell’incendio letale mi aveva raggiunto dovunque. Non vedo alcuno scampo alla rovina finale né alcuna speranza di salvezza: una simile pira, non ammettendo indugi, previene anche le idee migliori. [20] 1. Ma in quel sinistro frangente si posò su di me un più lieto sguardo della Fortuna, non so se per serbarmi a pericoli futuri, ma certamente liberandomi da una morte imminente e decretata. 2. Per caso, infatti, scorto vicinissimo a me un ricettacolo di acqua fangosa (appena il giorno prima aveva piovuto), con un salto avventato mi ci getto tutto intero e, spenta completamente la fiamma, ne vengo fuori finalmente alleggerito del peso e salvato dall’estinzione. 3. Ma quel ragazzino pessimo e sconsiderato ritorse contro di me anche questa sua ignobilissima azione e a tutti i custodi del gregge dichiarò che ero stato io stesso, passando di mia sponte accanto ai bracieri dei vicini e scivolatovi addosso a causa della mia andatura vacillante, a procurarmi un incendio volontario, e ridendoci sopra aggiunse: «Fino a quando dunque butteremo cibo in questo asincendio?». 

4. E non intercorsero molti giorni che mi attaccò con insidie di gran lunga peggiori. Infatti, venduta a una casetta del vicinato la legna che portavo, mentre mi conduce ormai privo di carico, comincia a urlare proclamandosi inadatto a confrontarsi con la mia depravazione, e facendo mostra di non poter più esercitare quella sciaguratissima soprintendenza su di me, si dispone a lamentazioni di questo tono:

[21-22]

 

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Lucio e il ragazzino sadico – Apuleio, Metamorfosi VII 17-18

[15-16]

[17] 1. Lacerato anch’io allo stesso modo dai ripetuti assalti dei cavalli, non vedevo l’ora di tornare a quei vecchi giri alla mola. Ma la Fortuna, mai sazia di torturarmi, mi approntò daccapo un’altra piaga. 2. Vengo scelto, infatti, per trasportare legna giù dal monte, e mi viene assegnato come supervisore un ragazzino, tra tutti il peggiore in assoluto, quel maledetto! 3. Non solo mi sfiancava l’erta scoscesa di quel monte altissimo; non solo mi tritavo gli zoccoli sbattendo contro gli spuntoni rocciosi; ma in più venivo spaccato in due da fitte randellate, a tal punto che il dolore delle botte mi si era radicato fin nelle midolla. 4. E dandomi sempre colpi sulla coscia destra, col battere su un solo punto mi aveva sbucciato la pelle e aveva aperto una ferita larghissima, quasi un buco, anzi una fossa, o meglio ancora una finestra, e tuttavia non smetteva affatto di percuotere ripetutamente la ferita ormai impiastricciata di sangue. Addirittura mi appesantiva con un carico di legna tanto grande che avresti pensato che quella mole di fascine era stata preparata per un elefante, non per un asino. 5. Quella peste, per di più, tutte le volte che la soma si era inclinata per il troppo peso da uno dei due lati, invece di fare ciò che avrebbe dovuto, cioè togliere qualche fascina dal gravame che rovinava, e alleggerita un poco la pressione, rimettermi in sesto, o per lo meno, trasferendo un po’ di quel peso sull’altro lato, riequilibrarmi, al contrario mi aggiungeva sopra delle pietre e così rimediava alla disparità di peso. [18] 1. E tuttavia non contento – neppure dopo tante mie sciagure – del peso smisurato della soma, quando dovevamo oltrepassare un fiume che per caso scorreva lungo la via, per evitare ai suoi stivali di bagnarsi d’acqua, anche lui, saltandomi sopra, si piazzava sulle mie reni, un sovrappeso esiguo, si capisce, ma comunque un sovrappeso rispetto a un carico già tanto grande. 2. E se per qualche caso, vista tutta la melma fangosa che sdrucciolava dal ciglio della riva, travolto dal peso scivolavo e cadevo, invece di fare ciò che avrebbe dovuto, cioè porgermi una mano, sostenermi per il capestro, rialzarmi per la coda, o per lo meno togliere una parte di un carico tanto pesante, almeno finché mi rimettessi in piedi, 3. quell’egregio palafreniere non ci pensava neppure a darmi un qualche aiuto, affaticato com’ero, ma cominciando dalla testa, anzi in realtà dalla punta delle orecchie, mi bastonava tutto quanto con un randello grossissimo, finché mi risvegliavano a mo’ di fomenti le botte stesse. 4. Sempre lui escogitò per me anche quest’altro flagello. Con un nodo ritorto legò in un fascio delle spine acuminatissime e con la punta altamente virulenta, e attaccò questa tortura pendula alla mia coda, di modo che, smosse e spronate dal mio incedere, mi ferissero letalmente con i loro aculei fatali.  

[19-20]

 

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Un asino tra i cavalli – Apuleio, Metamorfosi VII 15-16

[15] 1. Perciò dunque viene subito chiamato il mandriano custode dei cavalli, al quale dopo un ampio preambolo vengo assegnato perché mi conduca a destinazione. E tutto felice e contento già gli correvo davanti, intenzionato da subito a dire addio a some e altri fardelli, e convinto che, ora che avevo ottenuto la libertà e con l’inizio della primavera i prati verdeggiavano, avrei trovato senz’altro qualche rosa. 2. A questo, però, subentrava in me anche quest’altro pensiero, conseguente al primo: se così tante manifestazioni di riconoscenza e onori così numerosi mi erano stati tributati da asino, una volta recuperato l’aspetto umano sarei stato onorato con tanto più numerose gratificazioni! 3. Ma quando quel mandriano mi ebbe condotto lontano dalla città, non mi attendeva nessuna felicità né tanto meno alcuna libertà. Subito, infatti, sua moglie, quella donna – credetemi – avida e ignobilissima, mi attaccò al giogo di una mola meccanica e mortificandomi di continuo con un bastone pieno di foglie si procurava il pane per sé e i suoi a spese della mia pelle. 4. E non contenta di sfiancarmi soltanto per il suo cibo, macinava anche il grano dei vicini arruolando i miei andirivieni, e io, disgraziato che ero, per tutte queste fatiche non ricevevo nemmeno le razioni pattuite. 5. Il mio orzo, infatti, una volta tostato e frantumato sotto la solita mola grazie ai miei stessi girotondi, quella tentava in tutti i modi di venderlo ai contadini del vicinato; a me, invece, dopo che tutto il giorno mi ero applicato alla faticosa macchina, soltanto verso sera metteva davanti un po’ di crusca grezza, lurida e tutta scabra di sassi. [16] 1. Nonostante fossi stato ormai completamente soggiogato da tali patimenti, la Fortuna, malvagia com’è, mi consegnò a nuove torture, evidentemente affinché mi gloriassi di una piena ricompensa, in virtù, come si dice, delle mie forti gesta in patria e fuori. Quell’egregio pastore, infatti, obbedendo, seppur tardi, all’ordine del suo padrone, mi condusse una buona volta a far parte degli armenti equini. 2. E io, finalmente un asino libero, trotterellando tutto lieto ed esultante con passo voluttuoso, mi sceglievo le cavalle più adatte a farmi di lì a poco da concubine. Ma anche questa prospettiva più allegra andò a finire in una rovina capitale. 3. Gli stalloni, infatti, che per la monta erano stati foraggiati in abbondanza e tenuti a lungo all’ingrasso, terribili in ogni caso e comunque più forti di qualsivoglia asino, temendo la mia competizione, prendono precauzioni contro un adulterio innaturale, per cui, non rispettando le leggi di Giove ospitale, tutti imbizzarriti perseguitano il rivale con odio estremo. 4. Uno, sollevato in alto il petto immane, con il capo eretto e il muso puntato al cielo, si mette a fare il pugile contro di me con gli zoccoli anteriori; un altro, girando verso di me le terga cariche di protuberanze polpose, mi assale con raffiche di calci posteriori; un altro ancora, minacciandomi con un nitrito maligno, piegate indietro le orecchie e sguainate le scuri dei denti splendenti, si dà a morsicarmi dovunque. 5. Una cosa simile avevo letto in una storia su un re di Tracia, che gettava i poveri ospiti ai suoi cavalli bestiali perché li facessero a pezzi e li divorassero; tanto era parco di orzo, quel tiranno dispotico, che placava la fame dei suoi voraci giumenti con generose elargizioni di corpi umani. 

[17-18]

 

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